Vesime
Pieve dell’Assunta
In provincia di Asti, lungo il fiume Bormida, seguendo la strada che conduce a Cortemilia, si incontra il paese di Vesime. Tradizionalmente il nome deriverebbe dall’indicazione romana della ventesima pietra miliare da Acqui Terme, quando il luogo era probabilmente una stazione di sosta o una diramazione lungo la via che collegava Acqui ad Alba. Nel corso dei secoli, l’antica denominazione latina “ad vigesimum lapidem” si è progressivamente evoluta fino a divenire l’attuale “Vesime”.
Il territorio di Vesime compare nelle fonti già nel 1170 e nel 1179, mentre nel 1209 si ha la prima menzione del castrum, che documenta l’appartenenza del luogo ai domini del marchese Ottone del Carretto. Inizialmente feudo aleramico, passò nel 1300 sotto il controllo degli Asinari di Asti e successivamente agli Scarampi.
La menzione più antica di Vesime si deve invero alla presenza della pieve, attestata nel 978 in un diploma imperiale di Ottone II a favore del vescovo di Acqui, Benedetto.
La Pieve di Santa Maria
La Pieve di Santa Maria a Vesime, oggi conosciuta come dell’Assunta, rappresenta uno degli edifici religiosi più antichi e significativi del territorio acquese, sia per l’importanza architettonica sia per il valore documentario. Nonostante i rifacimenti successivi, conserva notevoli tracce della primitiva costruzione romanica.
Sorge nel fondovalle, oltre il fiume Bormida, lungo la strada che porta a Roccaverano, in una posizione che le consentiva di assolvere al proprio ruolo religioso e amministrativo su un territorio più ampio, presso vie importanti di comunicazione e in prossimità del corso d’acqua. Una simile collocazione si riscontra anchein altre pievi coeve lungo il Bormida, come quelle di Monesiglio e di Cortemilia.
L’edificio, orientato e attigua al cimitero, risale nei suoi tratti originari ai primi decenni dell’XI secolo e presentava uno sviluppo basilicale a tre navate, suddivise in cinque campate e concluse da tre absidi semicircolari, con copertura a due falde.
All’esterno, sul cleristorio meridionale che si affaccia sulla zona cimiteriale, si individuano ancora una serie di archetti pensili e quattro monofore che costituiscono il linguaggio decorativo tipico della fase romanica.
Tra il XIII e il XIV secolo la struttura subì una trasformazione con l’erezione di una torre campanaria massiccia al posto dell’absidiola meridionale, intervento che rispondeva tanto a esigenze difensive quanto a nuove istanze architettoniche.
La navata settentrionale, invece, è il frutto di un ampliamento moderno che comportò la demolizione dell’antica casa dell’arciprete; oggi, un vetro nel pavimento consente di osservare le fondazioni più antiche.
All’interno, il catino absidale conserva testimonianze pittoriche di più epoche. Il ciclo più antico, risalente al Quattrocento, raffigura un Cristo benedicente con il globo crucifero nella mano destra; lacerti di questa decorazione, benchè parzialmente occultati, emergono ancora al di sotto di un secondo strato intonaco seicentesco che mostra angeli musicanti e putti racchiusi da una bassa balaustra dipinta. Alcune teste alate moderne, infine, sono state eseguite posticce sullo strato tardogotico precedente.
A partire dalla fine del Trecento la pieve perse progressivamente la funzione di chiesa madre, trasferita alla chiesa di San Martino, situata nel centro del paese sotto il castello; già nel 1577 la stessa pieve è documentata come cappella cimiteriale.
Le visite pastorali del Seicento descrivono un edificio in parte abbellito ma di manutenzione. Nel 1609 si osserva in facciata ancora una bifora e un dipinto dell’Assunzione di Maria Vergine; le pareti della navata centrale conservavano affreschi deteriorati dal tempo, mentre le laterali apparivano spoglie. La pavimentazione era in parte in terra battuta e ospitava alcuni monumenti sepolcrali; il catino absidale presentava la raffigurazione dipinta del Cristo Pantocratore e, sull’altare, una statua lignea. Ai lati poi era dipinta Santa Lucia, oggi perduta.
Verso la metà dello stesso secolo furono realizzati nuovi interventi che arricchirono l’edificio con dieci cappelle stuccate e dipinte lungo le navate laterali, popolate da statue raffiguranti i Misteri della Passione di Gesù Cristo. A questa stagione appartiene probabilmente anche gruppo in stucco dell’Adorazione dei Magi, ancora visibile in fondo alla navata destra.
Dietro l’altare maggiore fu allestito poi un fastoso coro di stucchi policromi con statue di santi collocate in nicchie separate da colonne tortili. Lo spazio centrale dell’abside presenta una nicchia, anch’essa incorniciata da colonne tortili e conclusa da un timpano spezzato, dove in origine prendeva posto la statua lignea quattrocentesca della Madonna con il bambino, collocata sopra un piedistallo e incoronata da due angeli. Accanto, tre nicchie per lato, ospitano sei stature di santi tra cui si riconoscono Sant’Anna, Santa Margherita, Santa Libera e San Giuseppe.
Questi stucchi policromi, eseguiti in almeno due fasi a partire dal 1650, si inseriscono in un più ampio programma di rinnovamento artistico delle chiese di Vesime, in analogia con gli abbellimenti plastici dell’oratorio dei Disciplinati.
Tra il 1750 e il 1760 l’edificio fu ridefinito con l’aggiunta dell’imponente facciata porticata in stile tardobarocco, che ne confermò la funzione di santuario mariano.
Di particolare rilievo devozionale era la statua lignea quattrocentesca della Madonna col Bambino, considerata miracolosa e «cara ai parrocchiani». A essa l’arciprete di Vesime, don Francesco Ghiazza, dedicò un opuscolo, recentemente ripubblicato da Giovanni Rebora, che documenta il legame della comunità con il manufatto. Nel 1949, dopo un’accurata ispezione, la statua, ricoperta da tre strati di stucco, fu ridipinta e consolidata; oggi, dopo un ulteriore intervento conservativo, è custodita nella chiesa di parrocchiale di San Martino.
Il castello e il patrimonio culturale
Su una collina prospiciente la pieve si erge il castello di Vesime, costruito alla fine del XII secolo e già documentato nel 1209 nel Codex astensis, dove Vesime è citata con la locuzione “castrum et villa”. La fonte lo raffigura come un complesso fortificato posto sulla sommità di una collina, munito di torre e fortificazione sul lato settentrionale.
La pianta, irregolare, univa funzioni residenziali e difensive e nel tempo subì numerosi ampliamento e adattamento alle esigenze dei signori locali. Oggi ne restano tratti murari in elevato e torri sia quadrate sia circolari.
Gli inventari cinquecenteschi, insieme alle indagini archeologiche, consentono di ricostruire una struttura complessa, articolata in diversi ambienti la cui esatta collocazione non è ancora del tutto chiara. Le descrizioni menzionano almeno due edifici abitativi con sale decorate, oltre a spazi di servizio come cantine, pozzi e stalle. Le fonti attestano inoltre la presenza di una cappella fin dall’inizio del Quattrocento, collegata alla sala di rappresentanza, di cui oggi resta una traccia in una nicchia semicircolare affrescata al secondo piano della torre settentrionale.
Ai piedi del sistema castellano, tra la collina e il fiume, si sviluppa il nucleo urbano, dove ancora oggi si riconosce la sede municipale: un palazzo con loggiato sorretto da colonne in arenaria, edificato probabilmente nel XIV secolo con materiali recuperati dal castello e successivamente rimaneggiato.
Accanto si trovava la chiesa di San Martino, attestata dal XIII secolo come cappella signorile e in seguito diventata il principale luogo di culto della popolazione. In origine a navata unica, fu successivamente arricchita con l’aggiunta di diversi altari e di un campanile. Occupava l’area corrispondente all’attuale salone municipale – adibito oggi a spazio museale – e alla prima ala porticata. Tra Quattro e Cinquecento la chiesa assunse progressivamente le funzioni di parrocchiale, al posto dell’antica pieve, ruolo che mantenne fino alla fine del 1800.
Il terremoto del 1887 danneggiò gravemente l’edificio, rendendolo inservibile e aprì il dibattito sulla costruzione di una nuova parrocchiale. Nel 1890 il Consiglio Comunale deliberò la realizzazione della nuova chiesa su progetto dell’ingegnere Pietro Maccarelli. Il progetto originario anche un campanile in fondo alla navata sinistra, che tuttavia non fu mai edificato: per questo viene usato ancor oggi il campanile seicentesco secolo della vecchia chiesa.
In prossimità, l’oratorio dell’Immacolata Concezione, sede dei Disciplinati, conserva tracce di più fasi decorative – sempre ad affresco. La più antica, di inizio XVI secolo, mostra motivi geometrici e vegetali, un angelo serafino e scene del martirio di San Sebastiano e della vita di un santo; una fase successiva, di fine Cinquecento, comprende alcuni episodi della Passione di Cristo nelle prime campate a sinistra.