Sezzadio
Chiesa di Santo Stefano
La chiesa di Santo Stefano a Sezzadio, lungo la via Aemilia Scauri, là dove il fiume Bormida confluisce nel Tanaro, è l’unica testimonianza rimasta di un antico monastero femminile risalente almeno al XIII secolo. La chiesa, a navata unica con abside rettilinea, conserva una composita presenza di affreschi medievali, tra cui spicca l’episodio del Miracolo del pellegrino impiccato, e altri pannelli votivi tardomedievali e moderni che attestano la fervente devozione delle religiose e di chi si riconosceva in questo luogo.
Situata tra Castellazzo Bormida e Cassine, non lontano dalla confluenza della Bormida nel Tanaro, Sezzadio – nota come Sezzè fino al XX secolo – appare menzionata per la prima volta come corte, insieme al castello di Retorto, tra i possedimenti concessi da Ugo alla futura moglie Berta di Svevia nel 938. Un riferimento del 962 la colloca in un atto di donazione di Ottone I al monastero di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia. In seguito, passò sotto il dominio dei Marchesi di Monferrato e poi di Alessandria.
Sezzadio si trova lungo il tracciato dell’antica Aemilia Scauri, una via romana eretta tra il 115 e il 109 a.C., che connetteva Vado Ligure e Tortona, passando per Acqui Terme. Continuò ad essere percorsa anche in epoca medievale e nei successivi registri catastali sabaudi del XVIII secolo è identificata come “Via Emilia o della Levata”, denominazione che conserva ancora oggi. Negli ultimi due decenni, gli scavi archeologici hanno portato alla luce, in due punti – lungo la strada per Cascina Maracchino e nella località Boschi, tratti della suddetta arteria. Questi segmenti, corrispondenti al tracciato attuale, presentano un pavimento in ciottoli accuratamente disposti. Pur mostrando segni di deterioramento in alcuni tratti, nella parte centrale della strada è stato riconosciuto l’originale disegno “a schiena d’asino”, progettato per facilitare il drenaggio delle acque.
Chiesa di Santo Stefano
Citato per la prima volta in una bolla del 1125 di Papa Innocenzo II tra i possedimenti del cenobio di Santo Stefano di Genova, il monastero di Santo Stefano di Sezzadio comprendeva un tempo una chiesa, un convento e alcuni terreni. Tra il 1233 e il 1244, il comune di Sezzè e gli abitanti del luogo entrarono in contatto con Giacoma Canefri, fondatrice del monastero femminile di Santa Maria di Banno a Tagliolo Monferrato, in provincia di Alessandria, la quale fece trasferire proprio in Santo Stefano una colonia di monache. Il luogo fu abitato dalle monache fino agli anni Ottanta del Quattrocento, quando fecero ritorno a Genova per motivi di sicurezza.
Nel 1577, la chiesa di Santo Stefano viene menzionata legata alla chiesa di Santa Maria di Castello dei canonici regolari di Alessandria, e il visitatore apostolico richiese il rifornimento di alcuni oggetti liturgici. Nel 1786 il parroco descrive la chiesa di Santo Stefano con un campanile (oggi perduto), un affresco sulla porta della facciata e poche panche, ma con pitture antiche, tra cui quelle del coro raffiguranti la Vergine Addolorata e San Giovanni Evangelista.
Nel 1817 la chiesa passò al Comune di Sezzadio, con funzioni cimiteriali, e fu costruito un cimitero nell’orto adiacente; dieci anni dopo risultava già essere priva di arredi e suppellettili.
La parete esterna della chiesa, originariamente affacciata sulla corte interna del monastero, è stata intonacata, occultando la muratura originale. I documenti vescovili testimoniano come in questo luogo fosse presente un chiostro, le cui dimensioni nel 1553 risultavano essere di circa 70 piedi, comprese di stanze al primo piano. I resti di questa struttura più ampia si riscontrano nel sopravvissuto capitello decorato con motivi vegetali, sebbene la materia sia notevolmente deteriorata, e in tracce di affreschi appena percettibili.
Fortunatamente, una stampa fotografica inclusa nell’opera di Francesco Gasparolo, pubblicata nel 1912, correlata dalla didascalia “affreschi e resti di architettura”, suggerisce come potesse apparire in passato. Il confronto tra la fotografia storica e i fievolissimi lacerti di affresco sul muro permettono di immaginare il riquadro votivo: Santo Stefano, con il pastorale vescovile, accanto a lui un santo di profilo con una barba lunga, alla destra la Madonna in trono con il bambino, ed infine San Sebastiano nel momento del martirio.
La chiesa oggi è a navata unica terminante in un’abside rettilineo ed è abbellita da decorazioni pittoriche medievali e moderne che non rispettano un programma unitario. Le pitture che nel XVIII secolo appaiono all’osservatore parrocchiale “antiche, ma decenti” si trovano oggi in uno stato di conservazione alterato, dovuto al cambio di funzione e a interventi pittorici.
Gli episodi pittorici databili al XIV secolo interessano la parete di fondo e i primi riquadri (verso il fondo) a sinistra. Tra questi, si distingue l’episodio del Miracolo del pellegrino impiccato, nonostante alcuni segni di iconoclastia, incisioni e cadute di colori: il monastero era probabilmente una tappa lungo l’itinerario del Cammino di Santiago. Accanto a questo episodio, è rappresentato un Santo diacono, seguito da un grande riquadro circondato da un fregio cosmatesco, al cui centro è collocata la Madonna in trono e ai lati sono presenti quattro figure di Santi, tra cui Bernardo da Mentone. La parete absidale, conserva un brano della Crocifissione, che richiama ciò che avviene nella sala capitolare del vicino convento francescano di Cassine.
Il volto di Cristo crocifisso è originale, mentre quelli della Vergine e di San Giovanni Evangelista appaiono pesantemente ritoccati.
Sotto la croce è raffigurato il cranio di Adamo, mentre sulla parte destra sono presenti frammenti di Santi, tra cui Santa Caterina. Questa cultura pittorica riflette i modi del primo Maestro di Cassine e della sua bottega, non solo nei modelli figurativi, ma anche nell’utilizzo del fregio cosmatesco, e nel motivo a losanghe del trono della Vergine. L’abbigliamento delle Sante femminili permette di considerare questa esecuzione successiva all’intervento cassinese e collocarla entro comunque il 1350.
Utilizzando il moderno accesso, sulla parete laterale sinistra, si trova un pannello votivo raffigurante i Santi Antonio Abate e Apollonia. Lo stemma accanto a Sant’Apollonia è stato riconosciuto appartenente alla famiglia feudataria Feruffini-Calcamuggi, alla quale sembra appartenesse Antoneta, una conversa del monastero. Alcuni nomi di monache nell’iscrizione dedicataria hanno consentito di datare il pannello tra il 1469, anno del trasferimento delle monache a Sezzadio, e il 1483, quando avvenne la permuta con il monastero di Santa Brigida a Genova. Le figure femminili rappresentate nel pannello seguono i costumi e la moda della pittura cortese dei primi decenni del XV secolo, attestando così un gusto pittorico “attardato”.
Il contesto culturale: l’Abbazia di Santa Giustina
L’Abbazia di Santa Giustina, situata all’interno di in un complesso che in passato ospitava edifici rurali, poi trasformati anche in residenziali, rappresenta una mirabile espressione di architettura e pittura medievale, influenzata anche dalla vicina cultura pavese. Conosciuta per essere uno straordinario esempio di architettura, con il suo transetto continuo di ispirazione ottomana e la pianta a croce commissa, l’origine dell’edificio viene tradizionalmente attribuita al periodo del longobardo Liutprando (713-743). Si narra che egli commissionò la costruzione di una piccola chiesa o cappella nella piana verso il fiume Bormida per custodire le reliquie di Santa Giustina, da lui particolarmente venerata. Sebbene i resti architettonici di questa fase non siano riconoscibili, la presenza della torre campanaria potrebbe rappresentare una testimonianza di quel periodo primigenio.
Fonti storiche riportano un successivo atto di fondazione dell’Abbazia al 1030, ordinato da Otberto, marchese aleramico, il quale fece restaurare l’edificio nelle forme che oggi ammiriamo. L’importanza di Otberto è testimoniata da un significativo documento musivo rinvenuto nel pavimento della cripta sottostante la zona absidale: qui, gli elementi decorativi floreali e gli intricati intrecci geometrici, in bianco e nero, risalenti all’inizio dell’XI secolo, testimoniano il fervore artistico e l’impegno architettonico promossi dal marchese.
Gli affreschi, scoperti sin dal 1912, sono stati soggetti di un significativo restauro nel 1956. La complessa composizione pittorica dell’abbazia si concentra principalmente nello spazio absidale, con decorazioni che si estendono dall’XI al XV secolo, adornando l’abside, l’absidiola sinistra e i pannelli del transetto. L’imponenza e la magnificenza del luogo sono ulteriormente sottolineate dalla presenza di un magnifico Cristo Crocifisso ligneo, custodito attualmente nel Museo civico d’Arte Antica di Torino.
Le decorazioni pittoriche più antiche, risalenti all’XI secolo, consistono in una fascia decorativa nel sottotetto, con medaglioni su fondo avorio che ospitano dipinti a mezzo busto, probabilmente di Santi. Nella zona absidale emerge un complesso tema iconologico, considerato da alcuni come espressione di una sofisticata summa teologica, verosimilmente opera di un abate commendatario colto, realizzato all’inizio del XV secolo, in pieno clima pittorico internazionale. Il presbiterio presenta una volta suddivisa in quattro vele, raffiguranti i Quattro Evangelisti, rappresentando una delle campagne pittoriche medievali più avanzate. Nonostante le lacune dovute alla costruzione di un altare nell’Ottocento, l’abside sinistra conserva invece un ciclo di affreschi dedicati alla Morte della Vergine e ad episodi tratti dai racconti apocrifi, culminando nella calotta absidale con l’Assunzione. Queste opere, realizzate all’inizio del XV secolo almeno da due differenti autori, attestano la maestria artistica e la profondità teologica di cui l’abbazia è stata testimone nel corso dei secoli.